Tour de France: Pogacar fischiato
Ciclismo

Tour de France: Pogacar fischiato

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L'eterno dilemma tra la perfezione dei fuoriclasse e il dissenso della strada

La solitudine del Cannibale e il rifiuto dei regali

Quando il successo nel ciclismo cessa di essere un evento sporadico e si trasforma in un dominio assoluto, la percezione del pubblico cambia radicalmente. È la dimensione in cui si trova oggi Tadej Pogačar, ma è una storia già scritta oltre cinquant'anno fa da Eddy Merckx. Nel Tour de France del 1972, mentre conquistava la sua quarta Grande Boucle consecutiva, il rapporto tra il fenomeno fiammingo e la Francia si incrinò definitivamente. Merckx non correva per fare amicizie, ma per assecondare un istinto primordiale di vittoria. Al giornalista Joël Godaert, che provava a indagare le ragioni di quella fame insaziabile e quasi ossessiva, Eddy rispose con una frase rimasta scolpita nella leggenda: «I regali si fanno a Natale, non nelle gare di ciclismo». Quell'intransigenza agonistica trasformò l'ammirazione in ostilità, scatenando fischi e contestazioni lungo le strade da parte di tifosi che vedevano sistematicamente "ammazzata" ogni minima speranza dei rivali.

La bulimia della vittoria e la sfida contro la storia

Un dominatore seriale arriva inevitabilmente a un punto di svolta in cui i rivali contemporanei spariscono dall'orizzonte e l'unico vero confronto possibile diventa quello con la storia del ciclismo. Nel solo 1972, Merckx realizzò una strabiliante doppietta Giro-Tour, eguagliando il mito di Fausto Coppi, dopo aver già cannibalizzato la Milano-Sanremo, la Liegi-Bastogne-Liegi e la Freccia Vallone. Nel celebre Dictionnaire amoureux de la Belgique, l'autore Jean-Baptiste Baronian definisce il fuoriclasse belga come un atleta instancabile, bulimico, ossessivo e rabbioso. Eppure, dietro questa facciata di spietata onnipotenza sportiva, non c'era la fredda volontà di collezionare record fini a se stessi, bensì un fuoco interiore incontrollabile, una passione bruciante che costringeva l'atleta a seguire semplicemente la propria natura, senza curarsi del malcontento popolare o della noia degli spettatori.

L'eredità di Pogačar e l'eterno ritorno del dissenso

A distanza di decenni, lo scenario si ripete quasi identico con lo sloveno della UAE Team Emirates. Il pubblico del ciclismo, storicamente incline a schierarsi con gli underdog e gli sconfitti, fatica ad accettare la superiorità schiacciante, interpretandola talvolta come una mancanza di rispetto verso gli avversari o verso lo spettacolo stesso. I fischi a Pogačar non sono quindi un fenomeno inedito, ma rappresentano l'eterno ritorno di una reazione spontanea verso chi sposta i confini del possibile. Proprio come accadde a Merckx – che in Francia arrivò a subire aggressioni fisiche e lanci di sassi – anche Pogačar si trova oggi a dover gestire il prezzo psicologico del monopolio. La sua colpa, agli occhi della folla, è la medesima del Cannibale: essere troppo forte per consentire agli altri di sognare, trasformando ogni corsa in un monologo d'autore.

Egidio De Padova

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